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Il Trionfo del Vero

Caro Francesco e cari amici tantiquantisiete, eccoci qui con questa nostra a dirvi, che il Processo si è concluso.
Finalmente il Vero ha trionfato sulle maldicenze dei pescetti sciocchi ed incolti, sulle malelinque che sempre abbondano, ed a noi polipi, in quanto tali, è stata restituita piena dignità ed orgoglio.
La mattina del Processo è arrivata senza avvertire, mica ha bussato alla porta presentandosi graziosamente, al contrario già di primo mattino dalla strada un clamore assordante di pesci trombetta ci ha fatto saltare dal letto, e a granvoce i pesci Carabinieri ci chiamavano:
" Gennaro Capece, Peppino Esposito, orsù, andiamo in Tribunale che il Giudice vi aspetta!
Il calessino è pronto, scendete, è un ordine!".
Comunque io e Peppino ci siamo vestiti da gran signori: un paio di frac neri presi a prestito,
le camicie inamidate bianche, sedici paia di scarpe nere con lo scrocchio, e due bastoni da passeggio col pomo d'avorio. Quasi dimenticavo i cappelli a cilindro neri, e tanti anemoni rossi da offrire alle nostre ammiratrici, che già numerose ci attendevano dabbasso alle scale del Tribunale.
Nella vita, Caro Francesco, ci vuole stile, vada come vada!
Così, accompagnati da un corteo di pesci Carabinieri, a bordo di un calessino scoperto, siamo arrivati di fronte al Tribunale. Entrando nella grandissima sala, siamo rimasti assai stupiti per la enorme folla di foche monache, Delfini Matematici, pesci pappagallo, aragoste, e tante altre strane creature che sono venute da ogni angolo dei sette mari per
assistere al nostro Processo.
Persino dalle finestre, occhieggiavano alcune enormi balene, che non avevano trovato posto all'interno della sala.
Intanto, i pesci pappagallo facevano un chiasso infernale, tiravano palline di carta sui testoni dei trichechi seduti davanti a loro, infilavano di nascosto pesci elettrici sotto le sedie dei Delfini Sapienti, suonavano trombette nelle orecchie delle povere Foche Monache, tutte amiche di Adelina, fedele governante del Sindaco.
Se le avessi viste, caro Francesco, se ne stavano tutte abbracciate l'una all'altra, ogni tanto alzavano alcuni cartelli in aria con su scritto." Gennaro, sei bello come il sole!"- oppure" Peppino, sei il mio eroe!", mandavano baci e ci facevano gli occhi dolci.
Ci mancava anche questa!
Eravamo quasi giunti all'ora fissata per l'inizio del Processo, quando 'O Sindaco entrò in aula,vestito con il mantello nero degli avvocati
Il Maestro fluttuava ad un paio di metri d'altezza, emetteva una luce bianca e soave e dalla caviglia una pesante catena trattenuta dalle amorevoli mani di Adelina, gli impediva di volare ancora più in alto, fin sotto il soffitto altissimo della sala.
Giunto accanto a noi, si degnò soltanto di dirci queste parole: "Salve, fortunati polipi, oggi sarà il giorno del vostro trionfo, sursum corda!"
La Corte tardava ad entrare, ed i pesci pappagallo ne approfittavano per continuare con i loro scherzi da scostumati, ci gridavano: "Gennaro, ti danno trent'anni di galera!" -oppure- "Peppinè, questi buttano la chiave!". Quando poi alcuni di loro tirarono un malloppo di carta bagnata e pesante conto il capoccione del Tricheco Anselmo, che dormiva buono
buono sulla sedia, e russava anche un pò, ebbene si sfiorò la rissa. Quello a gridare: "Farabutti,maramaldi, vi spezzo collo e controcollo!", e quegli altri a fare la pernacchie sempre più forti.
Solo l'annuncio dell' entrata della Corte, calmò gli animi e fece calare un poco di silenzio.
Il Direttore Illustrissimo prese posto nel banco, e per far zittire il brusio che ancora invadeva la sala, afferrato per la coda un pesce martello regolamentare, tirò due mazzate sulla scrivania urlando:" Silenzio in aula, si dia inizio al processo contro Gennaro Capece e Peppino Esposito, accusati di salti non autorizzati dal Ponte 25 Aprile, causa di
grave pregiudizio di imbarcazioni e bagnanti bagnati dalle onde. Invasione delle acque territoriali portoghesi senza permesso di soggiorno per polipi extracomiunitari, essendo Napoli appartenente al Regno delle Due sicilie. Provocata intossicazione tramite impepata di cozze fritte e rifritte nell' olio di merluzzo scamuffo, di tanti bravi padri di
famiglia, giuoco delle tre carte, proibitissimo; rapimento d'amore, sebbene consenziente, della Bella Otilia e fuga dall'Oceanario del detenuto Peppino Capece, giuoco della Lippa non autorizzato..."
Il Giudice Illustrissimo leggeva l'interminabile elenco delle nostre marachelle, una lista che non finiva mai, Caro Francesco. Io e Peppino ci guardavamo sempre più tristi, sarebbe riuscito 'O Sindaco, a tirarci fuori dai guai?
Il Maestro sembrava assorto in chissà quali pensieri, sussurrava fra sè, parole come "Poffarbacco, Ohibò!", e non dava altri segnali di interesse.
Terminata la lettura dei capi d'accusa, il Giudice Illustrissimo tirò un'altra mazzata sulla scrivania e chiamò a testimoniare il famoso investigatore napolitano, Ciro Schioppetta.
Dal fondo della sala, un enorme Leone Marino, tanto grasso da dover trascinarsi avanti scivolando sul pancione, entrò a fatica dalla porta.
Io e Peppino lo riconoscemmo subito, era il terrore dei mariuoli di Vicolo Sanità, l'angoscia dei
giocatori di carte false di Forcella, il mal di pancia dei grassatori di portafogli!
Instancabile segugio, capace di divorare cinquanta ciambelle fritte pur di trovarne una che fosse guasta, ed arrestare immediatamente il povero venditore ambulante, oppure di fumare trenta sigari per scoprirne anche uno solo che odorasse di contrabbando.
"Ci mancava anche questo spione, Gennà, siamo rovinati"- mi sussurrò Peppino sottovoce-"quello sà tutto di noi, vedrai come canta!"
Intanto il Ciro Schioppetta s'era accomodato accanto al banco del Giudice.
"Allora voi siete il famoso investigatore, non è così?", chiese il giudice.
"E si capisce-rispose quello- sissignore!"
"Allora, caro Schioppetta, raccontateci tutto quello che sapete, riguardo le malefatte dei due imputati!" Il Giudice era tutto soddisfatto, di avere un tale testimone contro di noi.
"Orbene, Eccellenza che altro non siete, i nostri due polipastri da piccirilli, ma anche da giovinotti, ne hanno combinate di tutti i colori.Non c'era giorno ,che il sottoscritto non dovesse correre appresso a loro, su e giù per i vicoli, per le banchine del porto, dentro la Satazione, a risolvere gli accidenti che essi combinavano.
Un giorno li sorprendevo a vendere sigarette di segatura ai giapponesi, una altro giorno li trovavo a vendere radio imbottite col mattone ai giapponesi, il giorno dopo ancora, si travestivano da fraticelli scalzi per vendere le lacrime false di San Gennaro, sempre ai giapponesi.."
"Scusate Schioppetta, se vi interrompo-disse il Giudice- ma stì giapponesi sò proprio fessi, o no? "
"Insomma Signor Giudice, gli è che Il Gennaro e il Peppino ci sapevano fare, truffa con abilità la chiamiamo noi investigatori napolitani, e se li avesse visti a fare il giuoco delle tre carte, avrebbero ingannato anche lei, con tutto il rispetto si capisce che voi Giudice siete e ci rimanete anche."
Scoppiò nell'aula una tal risata, che il chiasso facva tremare i vetri.Il giudice iniziò a tirare tali mazzate sulla scrivania, per ristabilire l'ordine, che il povero pesce martello semplicemente lo minacciò con queste parole "Mò chiamo a mio cugino..!", e sguscio via tutto scassato e pesto.
"Insomma-continuò il Ciro Schioppetta- io gli davo la caccia ma i due mariuoli si rifugivano sempre nel Convento delle Suorine Piccine di Vicolo Sanità, e mai sono riuscito a catturarli"
"Bene! -disse il giudice- chiamo a testimoniare la Madre superiora del convento delle Suorine Piccine, venga avanti sorella."
Allora dal fondo dell'aula venne avanti una minuscola lontra, elegante e sobria nel vestito monacale dell'ordine delle Suorine, unico vezzo un bordo di tulle bianco che le ornava il capo morbidamente.
Che emozione, caro Francesco, rivedere dopo tanti anni la Madre Superiora, che tanto ci aiutò da piccini! Eccola di nuovo davanti a noi sempre con lo sguardo severo di un tempo e la vocina sottile.
"Accomodatevi Sorella- la invitò il Giudice- e raccontateci qualcosa intanto sulla vita nel vostro benemerito Convento dei due maramaldi, e poi anche riguardo alle marachelle che combinavano in quel periodo"
"Ordunque, caro Giudice Illustrissimo che altro non siete, io ricordo ancora quando trovammo i due birbanti abbandonati sulle scale del nostro convento; era una notte buia e tempestosa, come sempre stranamente accade quando troviamo i piccirilli abbandonati. Udimmo, verso l'ora di cena, voci concitate provenire dall'esterno, come di due litiganti, e
corremmo a vedere chi fosse.
Fuori, davanti al portone, stava poggiato un cesto di paglia bello grande, e dentro trovammo appunto Gennaro e Peppino, che
giocavano a carte, sì, mi pare a tresette!"
Il Giudice fece un balzo, e chiese: "Sorella, ma che dite, i due
giocavano...a carte?"
" E si capisce- confermò la Suorina, e litigavano anche, dicevano l'un l'altro "Ladro, Baro" "Giocatore da quattro soldi", ed anche erano sul punto di accapigliarsi. Nel cesto, trovammo anche una lettera."
"AAH! Una lettera- gridò il Giudice -, date a me, fate leggere!"

La lettera, della quale anche io e Peppino ignoravamo l'esistenza passò di mano in mano
finché il Giudice non l'apri e lesse:
"Care Suorine PIccine, i due polipi allegati, si chiamano Gennaro Capece e Peppino Esposito. Io ve li lasciu in custodia, fin al mio ritorno. Parto infatti a cercar fortuna, col pimo bastimento, pè terre assaje luntane. I due non sono fratelli, ma io sono il loeo unico padre.
Firmato; Ciccillo 'o Cantastorie."
"O questa è proprio bella!- soffiò il Giudice -, non sono fratelli.. ma figli dello stesso padre,
Qua ci vuole una indagine a mestiere. Egregio Investigatore, si dia da fare e risolva il mistero quanto prima, ora vada!"
Il Leone Marino, si inchinò graziosamente, e tutto fiero per questo importante e difficile compito, si allontanò dall'aula.
"Cara Suorina Piccina- continuò il Giudice- vogliate raccontarci ancora cos'altro accadde quella notte e nei successivi giorni?"
" Ebbene, potevamo noi Suorine, seppur Piccine che altro non siamo, lasciare i due polipi al freddo a al vento? Gli accogliemmo nel nostro convento come figli nostri, ma solo il Buon Dio sà- e quì mando un sospiro profondo- quanto ci fecero disperare!"
Il Giudice ci lanciava occhiate di fuoco.
"Intanto mangiavano quantità enormi di spaghetti, le cuoche non facevano a tempo a buttare la pasta, che si udiva gridare "Moriamo di fame, suorine per pietà, ancora un piattino di maccaroni, un'altra impepata di cozze..!" e così fino a sera. Poi dopo pranzo, correvano in strada a combinare gli accidenti che il Ciro Schioppetta ha raccontato e la notte
poi.."
"La notte.. poi?" Il Giudice si faceva sempre più attento al racconto.
"La notte rubavano le lenzuola fresche di bucato, si travestivano da fantasmi e facevano spavento a tutte le sorelle!"
Allora, un coro di sdegnato stupore percorse la sala come una scossa, che vergogna fare spavento alle Suorine Piccine, dopo una giornata di duro lavoro e preghiera!
Il Giudice si volò verso di noi, con un piglio a tal punto severo, che io e Peppino ci abbracciammo stretti, timorosi e preoccupati per la nostra sorte.
Dalle file delle foche monache, vennero esibiti alcuni cartelli di incoraggiamento, con su scritto: "Gennà, coraggio trent'anni volano!"- oppure " Peppinè, ti porteremo le lenzuola lavate!"
"E ditemi- continuò il giudice- fino a quando i due manigoldi rimasero ospiti del vostro Convento?"
"Ma fino a quando, e mi vergogno a dirlo, due pesci Carabinieri non bussarono alla porta, per arrestarli!"
"AAH!- urlò il Giudice- e qui casca l'asino, io ben sapevo che vi fosse un valido motivo che aveva spinto i due birbanti a nascondersi fin quaggiù! Divoratori di provviste, grassatori, giocatori d'azzardo, sciupafemmine che altro non siete!"
Fu allora, che 'O Sindaco si svegliò dal suo letargo.
Allargò le braccia e prese a parlare con voce ferma e profonda, la sua arringa a difesa era finalmente iniziata.
"Consideriamo per un momento , si capisce, la infelice infanzia dei due imputati, la loro giovine età e la spienzieratezza, la mancanza poi di una guida autorevole. Quale pescetto, fra di voi che siete quì riuniti, non ha mai commesso una marachella? chi fra di voi non ha mai giuocato a Lippa, o a tresette, suvvia!
Quanto poi alle piccole triffe ai danni dei Giapponesi, ebbene due polipi soli, abbandonati alla
sopravvivenza per i perigliosi vicoli di Napoli, non avrebbero essi dovuto tentare di tutto, voi e lei Caro Giudice, cosa avreste fatto al loro posto?
E riguardo poi ai salti dal Ponte, di cosa li vogliamo accusare, di aver portato un pò di scompiglio nelle sonnacchiose domeniche di bagnanti e pescatori? I salti dal ponte sono uno sport salutare, anzi dovremmo indire una giornata commemorativa dedicata a questa esibizione, con feste, musica e grandi mangiate!"
La proposta del sindaco venne accolta da grida di gioia e applausi a non finire, che bella idea, e fù anche scelta una data. Il Primo di Aprile di ogni anno, sarà la festa di tutti i pesci, con grande gara di salti dal Ponte.
Il giudice mise subito a verbale.
"Inoltre-continuò 'O Sindaco- anche l'accusa di invasione di acque territoriali portoghesi da parte di polipi extracominitari, èe semplicemente ridicola! Infatti Napoli, non fà più parte del Regno delle due Sicilie, ma dell Italia tutta, e quindi di cosa li accusate?"
" Oh,poffarbacco,Caro Sindaco -intervenne il Giudice- ne siete sicuro?"
"E certamente, infatti chiamo a testimoniare tutta la cittadinanza di Posillipo!"
Dalle loggette dove i cittadini di Posillipo si erano radunati numerosi, rispose un coro di grida:"W Garibaldi! W Verdi! W Maradona", si innalzarono cartelli e striscioni, partirono razzi e mortaretti, alcuni danzavano tarantelle scatente.
" Più Italiani di così..", mormorò il Giudice, e mise subito a verbale.
"Inoltre - continuò 'O Sindaco- codesti sono i degnissimi eredi di Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della Repubblica Napoletana del 1799, che sacrificò la vita..-e
qui ?'O Sindaco urlò con tal forza da far tremare i vetri- per lottare contro il tiranno!
Sono i pro-nipoti di Ciro 'o gigante, vendicatore e protettore dei pescetti deboli e indifesi,, ed infine- gridò al colmo della
ispirazione mistica- figli di Ciccillo 'o Cantastorie, che ci ha lasciato le più belle leggende marinare mai scritte, vere o false che siano. Orbene, con che cuore vi sentireste di condannarli? Avete voi, un cuore, e una
coscienza? Vi è piaciuto il soggiorno a Roma, sedici persone servite e riverite, a casa del Gran Benefattore, e chi vi ci ha mandato a Roma? Loro- ed indicò noi due con gesto imperioso- don Gennaro Capece e don Peppino Esposito!"
Oramai la folla applaudiva ad ogni parola del Sindaco, nella grande sala non vi era più nemmeno un pescetto che fosse, che potesse credere alla nostra colpevolezza. Innocenti siamo,puri come due angioletti.
'O sindaco, incalzava apertamente il Giudice Illustrissimo, lo stringeva nell'angolo, per così dire, e stava per sferrare l'attacco finale.
Nell'aula ora il silenzio era carico di tensione, così è volubile la folla!
"Volete voi-seguitò quasi sottovoce 'O Sindaco- che tutti sappiano cosa avete combinato a Roma, e quanto è costata la vostra vacanza, Giudice che altro non siete?"
Oramai il Direttore era completamente domato, abbassò lo sguardo, tossicchio di imbarazzo più volte e non avendo nemmeno più il pesce martello per tirare due mazzate sulla scrivania, si limitò a pronunciare la sentenza.
"Ebbene, tutto considerato, visti i pro e i contro, dichiaro assolti da ogni accusa Don Gennaro Capece e Don Peppino Esposito-e poi allargando le braccia, urlò- Chi ha avuto, ha avuto.Chi ha dato, ha dato. Scuradammuce 'o passato, simmo tutti 'e Napule, paisà!!!"
"E bravo Giudice- sibilò 'O Sindaco- così mi piacete!"
Io e Peppino piangevamo di gioia. Attorno a noi era scoppiata una gazzarra indescrivibile, dalle loggette la cittadinanza di Posillipo dette fuoco a mortaretti, botte a muro, scoppietti, petardi e razzi colorati. I Pesci Violino, sino a quel momento composti ed attenti tirarono fuori fisarmoniche e chitarre, comparve fra la folla un enorme vassoio colmo
di sdruffoli, tortine di fragole, supplì di riso, e tante bottiglie di vinelli di Gragnano.
Venne annunciato anche che un enorme pentolone d'acqua bolliva sul fuoco, la impepata di cozze era quasi pronta.
In tutta questa confusione, pochi si accorsero che 'O Sindaco, liberatosi dalla catena per una distrazione della fedele Adelina, si librava sempre più in lato, avvolto da una luce colorata.
Non diceva nulla, soltanto giunto presso le enormi vetrate sembrò esitare un momento.
Noi e tanti altri lo chiamammo a gran voce "Sindaco, attento, venite giù, sindaco tornate indietro!", ma 'O sindaco non ci udì, oltrepassate le finestre continuò a salire,
finché una delle enormi balene, attratta da questa lucina che si perdeva nel buio dell'Oceano, apri la bocca enorme, ed in un sol boccone ingoio 'O sindaco, tutto intero.
Restammo tutti, assai stupiti. Ma Il direttore iLLustrissimo disse di non preoccuparci, già altre volte, si diceva, le balene si erano mangiate 'O Sindaco, ma dopo qualche anno lo risputavano fuori, più in forma di prima.
E così, Caro Frnacesco, ora siamo liberi, e tutti quando andiamo a passeggio, ci salutano con rispetto chiamandoci Don Gennaro e Don Peppino.
Ma tu, che sei il nostro amico del cuore potrai sempre continuare a chiamarci come facevi prima.
In Fede.
Don Gennaro e Don Peppino.



Ciclostilato in proprio da Alessandro©
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