Cactus & Balene
Cari amici tantiquantisiete, circa duemilasettecentoquarantadue.
Da quando io e Gennaro siamo due gentilpolipi liberi di andare dove ci pare, ci poniamo tante domande sul senso vero della vita, come ad esempio: è meglio un ufo oggi, o i marziani domani? Oppure, ancora più difficile: tantovà il polipoallardo da cadernelpadellino!
Purtroppo, il caro amico nostro,'O Sindaco, non è più qui ad aiutarci a risolvere questi enigmi, e noi due ci guardiamo l'un l'altro, assai stupiti.
Comunque,approfittando di una giornata calda ed assolata, domenica scorsa ci siamo avventurati in una esplorazione verso le alte scogliere del golfo di Cascais. Dopo aver vagato di grotta in grotta, verso sera ci siamo aggrappati ad una grande roccia; il sole era quasi ormai al tramonto, l'odore del mare in tempesta così inebriante e la luce purissima,
ci riempivano il cuore di felicità.
"Gennariè, penso proprio che tu debba sceglierti una innamorata", ho allora detto al mio amico. "Hai visto le amiche di Adelina, al processo? Ti facevano gli occhi dolci, mandavano baci, e poi i cartelli dedicati a te a dire: Gennà, sei bello come il sole!,insomma non puoi certo ignorarle"
" E che c'entra adesso?-ha risposto lui un pò alterato- i baci li mandavano anche a te, e poi ho altro per la testa, io!"
"E si capisce-ho continuato, per prenderlo in giro- allora per te, la loro ammirazione non
significa nulla? Gennariè, dammi retta: l'amore passa una volta sola, e poi niente più!"
"Quanto la fai lunga Peppino,certo che, ad essere sincero, la loro devozione mi lusinga, e sono anche assai carine: con quelle lunghe ciglia nere, le pinne ben curate, il mantello lucido e profumato..."
Gennaro parlava quasi fra se, realmente turbato in cuor suo, al ricordo ancora vivo della tre foche monache sue devote ammiratrici.
"Ecco- dissi io- già stai sognando, ma come puoi vivere senza l'amore? Sempre con quelle tue idee strane per la testa, le filosofie, le astrazioni.. caro amico mio, tu stai cercando in cielo qualcosa che hai sotto al naso, di fronte ai tuoi occhi, e che per paura non vuoi vedere.
Prendi me, ad esempio: da quando amo,-riamato si capisce-, la Bella Otilia, ho imparato a far di conto ed a scrivere; per amor suo, ho smesso di trascorrere il mio tempo a giuocare a dadi e a tresette, mi sento- e sono- un gentilpolpo! Cosa sarei senza di lei?".
"Aspetta un pò-ha sibilato allora Gennaro, fattosi sospettoso- ed io allora che sono ancora scapolo e libero, sarei cosa, un appendicappello, forse?"
"Gennariè, dammi retta,- ho allora detto, per calmarlo-,l'amore costruisce da un polpo, un gentilpolpo, lasciati andare anche tu, suvvia, non ti sei stancato di vivere sempre e solo con me? non siamo più due piccirilli!"
Gennaro mi guardava con quella sua aria irritata ed indecisa, che fa capire quanto sia inutile insistere. Ma il suo cuore, che da tanto tempo conosco, era turbato dalla prova d'amore che le tre foche monache avevano dimostrato al processo.
"Peppino, non insistere,-mi rispose allora, già fattosi più calmo-ho tante cose a cui pensare;
dove mai sarà finito 'O Sindaco? Dopo averci tanto aiutato al processo, nemmeno abbiamo potuto ringraziarlo come si conviene. Ed inoltre, dove sarà mai nostro padre? Ciccillo 'o cantastorie, partito pè terre assaje luntane, c'è padre, a noi!Ci vogliamo preoccupare di cercarlo?
E il mistero delle nostre due madri? Te ne preoccupi, tu? mi pare di no. E poi,- continuò a bassa voce, quasi fra sè-, l'amore
fa anche soffrire, e io perché mai dovrei soffrire, a che serve?"
Le onde violente del mare avevano la forza di strapparci dalla roccia sulla quale eravamo aggrappati; la marea viva, verso sera, invade le spiagge e porta via ogni cosa.
Caro Gennaro ancora inesperto e spaventato, quanto saremmo miserabili, senza le dolci sofferenze dell'amore. Come potrei poi spiegarti a cosa serve soffrire per amore, se nanche sappiamo se è megliounufooggi, o i marzianidomani?
Allora, armatomi di santa pazienza, ho continuato a parlargli così:
"Gennaro ,affrontiamo una cosa per volta. Intanto 'O Sindaco se ne sta tranquillo e beato nella pancia di qualche balena gigante, in giro per gli Oceani, lo sai che gli piace viaggiare, e poi- ho sentito raccontare dai pesci orecchioni, che nella enorme pancia delle balene si trovano tanti tesori intatti e preziosi, 'O Sindaco non avrà di che
annoiarsi!"
Gennaro pendeva adesso dalle mie labbra.
"Ah ,sì? e quali tesori, ad esempio?"
"Intanto centinaia di libri antichi e di riviste di altre epoche, dagherrotipi, statuette di avorio, mappe dei continenti inesplorati, vecchie casse di legno, vestiti anni 60'/'70, bottiglie di liquori, casse di cibo.."
"Insomma,- si entusiasmò Gennaro- non gli mancherà nulla!"
" Avrà tutto quello che gli occorre, -insistetti io-, ma proprio tutto; e poi ne ho saputa un'altra che se te la racconto, ebbene non ci credi!".
" Ci credo Peppino, allora racconta!"
"Ebbene,-continuai quasi sottovoce-, si dice, pare, si mormora, che nella pancia delle balene il tempo... si fermi!".
"Oddio! Maronnamia santissima!- gridò Gennaro spaventato- e che bestialità è mai, questa? Il tempo si ferma nella pancia della balene, ed invece, qui da noi quando passa non lascia neanche un bigliettino, e non si sa dove vada! Che gran maleducato, nevvero?"
Gennaro era davver irritato per questo comportamento del tempo, che è in verità, assai imprevedibile e capriccioso.
Allora, per calmarlo continuai a spiegargli che il tempo è strano davvero, che i Delfini Matematici sono giunti a questa conclusione dopo generazioni di calcoli complicatissimi e diecimila lavagne riempite di gesso, e che infine 'O Sindaco, quando si trova nella pancia di una balena non invecchia nemmeno di un anno, ma che dico, nemmeno di una ora.
Il sole era orami tramontato, e dalla roccia sulla quale eravamo aggrappati per goderci quell'ora così romantica della giornata, il calore svaniva lentamente.
"E nostro padre, Ciccillo 'o cantastorie- mormorò triste Gennaro- perché non manda nemmeno una cartolina? nanche ricordo
che faccia abbia!".
Anch'io, caro Francesco e cari amici tantiquantisiete, mi sono sentito invadere dalla tristezza, così accordato per bene il mandolino che portiamo sempre con noi, e schiaritaci la voce, abbiamo intonato questa canzone, finita di comporre proprio ieri.
La potresti cantare al tuo papà, accompagnato da tre o quattro amici tuoi armati di pifferi, trombette, e tamburi proprio mentre egli (tuo padre intendo), di domenica pomeriggio dopo pranzo, abbassa la palpebra tentando il meritato riposo; ne sarà felicissimo.
CACTUS & BALENE.
Canta Gennaro Esposito, suona il mandolino Peppino Capece, dirige l'orchestra dei pesci violino, il maestro Cosimo Trombetta.
Tempo di tango, con nacchere:
"Laggiù nell'Arizona,
terra di Cactus e di Balene,
la mia chitarra suona
nà melodia che strappa il cuor!
E' nà canzone triste,
ed è per te che sei luntana
la mia chitarra suona
le dolci note dell'amor.
Spuntano dai Cactus mille fior.... ("Olè, nacchere!!")
durano lo spazio d'un mattin... ("Olè, nacchere!!")
Note di profumi e di colori attorno a me,
mi fan sognar di te....
Quaggiù nell'Arizona,
in questa terra desolata
l'anima mia s'è abbandonata
allo struggente amor per te!
E mi ritrovo solo
in mezzo ai Cactus e alle Balene,
il giorno lentamente muore,
qui, nel deserto dell'amor!"
A noi due, Caro Francesco, senza nulla a pretendere, ci sembra una gran bella canzone.