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Idee, pareri, opinioni e riflessioni sul testo di

Piergiorgio Paterlini
 "Ragazzi che amano Ragazzi"
Terza edizione ampliata
Ed. Universale Economica Feltrinelli,
Milano 1998












Premessa:

Pochissimi minuti fa, in questa calda giornata di luglio, ho terminato la lettura di questo splendido libro, Ragazzi che amano Ragazzi, dello scrittore italiano Piergiorgio PATERLINI (Castelnuovo Sotto, Reggio Emilia, 1954).
Com’è mio solito fare, durante la lettura, ho sottolineato tutte quelle parti del testo che ho ritenuto importanti, peculiari, e che volevo sottoporre all'attenzione di chi, per lavoro o per puro diletto, si trova a dover trattare con la scrittura e in modo particolare con la letteratura.
Laddove le mie capacità lo hanno permesso, ho cercato di evidenziare i punti comuni delle lettere e quegli stralci che mettono in evidenza la condizione psicologica dei "personaggi intervistati" dal Paterlini.
Per qualcuno, forse, questo libro dovrebbe essere un "must" per i ragazzi omosessuali, qualcuno lo ha letto tanti anni fa, per altri è stato lo strumento di formazione della propria identità sessuale. Solo ora ho preso in mano questo testo e ho deciso di scrivere qualcosa a proposito (spero di essere sempre in tempo), cercando di mettere in gioco anche le mie capacità linguistico-stilistiche.
Dopo la lettura della mia recensione personale, mi piacerebbe ricevere commenti, critiche, precisazioni e quant'altro suscitasse in voi quest’opera letteraria, (preciso che tutti gli interventi verranno poi inseriti on line su questa rubrica) oserei dire una delle più importanti a livello europeo, per quanto riguarda le testimonianze dirette sull'omosessualità nel periodo adolescenziale. Ne consiglio la lettura integrale a tutti quelli che si sentono "ancora soli" in questo mondo, purtroppo ancora legato a dei canoni imposti dalla società, a chi crede che l'omosessualità sia una "malattia" o semplicemente a coloro che sono interessati a scoprire e conoscere l'altro. Dopotutto la società siamo noi e solo noi possiamo migliorarci o peggiorarci...
Il libro è apparso nelle librerie, per la prima volta, nel 1991, ma nel 1998, il Paterlini ha deciso di proporre un'edizione ampliata, con un'appendice di lettere inviate dai lettori.
La raccolta di queste lettere vuol mettere in luce le storie di questi ragazzi italiani alle prese con la famiglia, gli psicologi, la paura delle malattie, la consapevolezza, la scoperta più intima del proprio "io", il loro rapporto con gli altri, la scuola, lo sport, la ricerca di un amore ...e per qualcuno anche la difficoltà nel sentirsi "diverso"...e mi chiedo - "diverso da chi, da che cosa?" - .

Il libro, come spesso accade per gran parte delle opere letterarie, si apre con un egsergo, qui di Simone Beauvoir:

Non aveva che diciassette anni: ma pensavamo,
Robert e io, che per la felicità
non è mai troppo presto.

IL SIGNORE DELLA PORTA ACCANTO

Nel primo "racconto" intitolato "Il signore della porta accanto", vi è un periodo molto interessante e ricco di carchi di significato. Ho voluto leggerla più volte perché mi ha fatto riflettere parecchio su come, nonostante siano passati degli anni, certe concezioni e certi pregiudizi, sono ancora presenti in un Paese "moderno" e all'avanguardia come l'Italia.

"Qualche tempo fa in un paesino del nord viveva un ragazzo di tredici anni. Tutti lo sbeffeggiavano chiamandolo "checchina". Una sera d'inverno, dopo aver visto un film sull'ibernazione, il ragazzo uscì di casa e si sdraiò in mezzo alla neve. Lo trovarono così, la mattina dopo, addormentato per sempre.
Aveva lasciato un biglietto: "Spero di svegliarmi in un mondo più gentile".
E nel capoverso successivo, troviamo una riflessione: "A volte è l'insulto, gridato in faccia o mormorato alle spalle, che colpisce duro".


Trovo questa riflessione terribilmente vera. Credo inoltre che, questo tipo di riflessione può essere adattata a qualsiasi tipo di situazione, sia essa eterosessuale che omosessuale. E' pur vero che i "ragazzi che amano ragazzi" hanno una sensibilità maggiore (a mio avviso) e, essendo consapevoli della propria condizione sessuale, sentono cento volte più forte questo piccolo disagio. Da diversi amici, visibilmente effeminati (è qui che forse si sente maggiormente questo disagio) ho sentito diverse volte alcune frasi come: "da me si vede e gli insulti non mi fanno nè caldo, nè freddo".
Penso sia solo un voler esorcizzare il problema. L'insulto, come tale, ha la caratteristica di mettere a disagio le persone che lo ricevono e indubbiamente crea dentro di noi un amaro e una voglia di "evadere" dal mondo, che molte volte si trasforma in una vendetta, talvolta contro noi stessi (come la storia del tredicenne morto su un manto di neve), talvolta attraverso vere e proprie faide.
Gli insulti molto spesso provengono dalle bocche più meschine o dalla classica scena in cui il ragazzo rivolgendosi alla ragazza mormora: "hai visto, quello è finocchio" e lei che, molto divertita e per sembrare più "gentile" gli risponde ridendo "dai, smettila...".
Questo mi fa davvero vomitare perché vai a scoprire che il gran figo di quel ragazzo, dopo che accompagna la ragazza a casa (alle 22:00 di solito) poi riesce per andare a "scoparsi le checchine" (come solitamente dicono)...e nel momento in cui dalla sua bocca è uscita la malvagità del "finocchio", il ragazzo che riceve questo insulto rimane ore ed ore a pensare: "Ma perché tutto questo?" e sta male...perché le parole sono come i coltelli e mentre l'etero s-convinto se la ride di gusto e si pavoneggia qua e la, noi stiamo male, piangiamo, soffriamo, e restiamo giorni interi a pensare ancora, ancora, ancora: "Ma perché tutto questo?"...
La risposta è sempre la stessa e sarà quella che, purtroppo, credo governerà ancora la nostra società italiana: ciò che conta è apparire (in quel caso più "maschio").
Ma posso ben urlare al mondo che noi sì, siamo davvero DIVERSI, ma tanto DIVERSI davanti a questa gran meschinità e ipocrisia.
Per noi la cosa importante è ESSERE e non APPARIRE, e questo credo sia una gran bella "diversità", non da poco...
Perché, dopotutto "ESSERE UOMO" significa essere UMANO, con le paure, le sofferenze, le gioie, i dispiaceri, i sogni di un mondo migliore, i piaceri e non semplicemente mostrare di avere un uccello tra le gambe...
Qualcuno diceva: "Se essere normale significa essere come tutti gli altri, allora io preferisco essere omosessuale"...
 



P.S. : La stampa di questo materiale non deve avere scopi lucrativi, deve essere utilizzata per usi privati o personali.

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Ciclostilato in proprio da Dilson ©
 
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