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Idee, pareri, opinioni e riflessioni sul testo di Piergiorgio Paterlini
 "Ragazzi che amano Ragazzi"
Terza edizione ampliata
Ed. Universale Economica Feltrinelli, Milano 1998







7^ - 8^ - 9^ Storia

Settima storia:
Grazie zio  -  (Massimiliano, 17 anni, Pavia)

La sua storia si apre in un modo un pò particolare, ma poi Massimiliano cerca di lasciarsi dietro per un attimo i ricordi e passa alla ragione, alla vera essenza dei suoi pensieri:
"Provoco sul piano delle idee, della polemica culturale. Ho capito quanto siano radicati i ruoli maschio-femmina nella nostra società. Se si va contro questo schema si è "diversi". Io vengo vissuto come diverso perché non mi trovo nel ruolo del maschio arrogante, competitivo, rozzo, insensibile e conquistatore. Più che rivendicare la mia omosessualità, più che dire "omosessuale è bello" cerco di contrastare questo modo di vedere le cose".

Aggiunge poco dopo: "In compagnia tutti facevano battute contro gli omosessuali. Anch'io le facevo".

Su questa ultima affermazione mi trova davvero in contrasto perché troppo spesso avviene questo e proprio a proposito di ciò, un giorno discutevo con un'amica, di larghissime vedute e con un cuore grande grande. Mi disse "Sai Danny, il problema è che a volte non siete coesi neanche tra voi, mi è capitato spesso di sentire delle provocazioni o degli insulti nei vostri confronti e proprio qualche ragazzo gay ci commentava su. In questo modo non fate altro che peggiorare le cose, dovreste essere più uniti tra voi stessi", e quell'amica ha davvero ragione...
Ma Massimiliano, come tanti ragazzi, non ha vissuto un'infanzia rosea e facile:
"La mia voce era stridula, un pò nasale. Cantavo nel coro di voci bianche di un piccolo teatro. Fin da quando avevo dieci anni, la gente in paese mi offendeva. Mi chiamava "checca". Me lo dicevano in faccia. Stavo molto male. Mi sentivo umiliato, ferito. E' capitato più volte che mi accompagnasse a corsi di rieducazione vocale, fino a due anni fa. A me dava fastidio che mia madre si impicciasse degli affari miei, volevo essere autonomo. Mi aveva traumatizzato particolarmente che mi avesse portato da uno psicologo. Mi aveva detto - pensa come vengono trattati da scemi i ragazzi - "c'è un amico che ti vuole conoscere". Un mese di sedute, cinque, sei volte in tutto, ma mi è bastato. Ricordo la stanza buia, le domande inquisitorie. Era deprimente".

Oddio, alle volte mi viene da vomitare solo leggendo queste cose. Alle volte i genitori sono troppo esagerati e, a mio avviso, le sedute dallo psicologo forse sarebbero tornate utili maggiormente alla madre, e lo dico con tanta rabbia, perché non si può infliggere ad un 17enne una "punizione" di questo calibro (come nessuna punizione dovrebbe essere inflitta, perché l'omosessualità non è una malattia e non si può pertanto, non essendo malattia, guarire) solo perché alla fine si vuol “conservare il cognome da tramandare”. Roba da matti!

E Massimiliano non è stato fortunato nemmeno in amore, perché l'unico ragazzo di cui era innamorato, dopo esser stato a letto con lui, ci ha pensato bene:
"In febbraio, dopo un litigio, il ragazzo che mi aveva già picchiato una volta l'ha rifatto, questa volta provocandomi qualche lesione. Ho convinto i miei a non denunciarlo, ma ho dovuto cambiare scuola, andare in un'altra città. Per tutta riconoscenza, il mio compagno è andato a dire ai miei: "Ho picchiato vostro figlio perché Massimiliano è frocio".
Queste ultime righe credo si commentino da sole e quello che più mi fa rabbia e mi spaventa, è che nel 2005, come nel 1991 (anno della prima edizione di Ragazzi che amano Ragazzi) queste storie si sentono ancora, e talvolta non così leggere, ma addirittura con vere e proprie torture ed infine barbare uccisioni!

Ottava storia: Il bambino olandese
(Matteo, 17 anni, Trento)

Matteo racconta la storia di una vacanza al mare. In questa occasione conoscerà uno splendido fanciullo olandese... il resto lo lascio alla vostra lettura!
Matteo, come diversi altri ragazzi, aveva capito che qualcosa cresceva dentro sé ma in qualche modo cercava di reprimere questa piccola-grande verità:
"Attorno agli undici anni mi sono accorto che c'era qualcosa di strano in me. La mia reazione: respingere questa verità sempre, ostinatamente, anche nei confronti di me stesso, con reazioni aggressive e isteriche se appena qualcuno insinuava qualcosa, anche solo scherzosamente".


Nona storia: Imbroglio di cromosomi  -  (Giovanni, 18 anni, Roma)

Dalle parole di Giovanni, ho capito che anch'egli, come altri personaggi in Ragazzi che amano Ragazzi, ha vissuto la sua omosessualità con non poca facilità, talvolta deriso e maltrattato da chi aveva notato in lui un qualcosa di "diverso", un qualcosa di speciale, che non tutti sono in grado di cogliere nella vera essenza e con occhi puliti:
"Tutte le mattine mi svegliavo in preda al terrore: cosa mi faranno oggi? I tre anni delle medie sono stati i più terribili della mia vita. Io lo sapevo già di essere gay, il guaio era che se n'erano accorti anche i miei compagni. Mi prendevano in giro, mi spintonavano, me ne facevano di tutti i colori. [...] Un giorno uno più grande mi ha preso la merenda, l'ha buttata per terra, calpestata, poi mi ha preso per il collo e mi ha detto che mi picchiava perché ero frocio [...]. A quindici anni già non ne potevo più. Avevo cominciato le superiori e anche lì la stessa storia".
Ma poi, attraverso la testimonianza, si può ben capire che invece riesce ad accettare questa sua "diversità" (mi scuso se uso questo termine un pò cacofonico) e impara ad amare il suo compagno e a provare una gioia immensa nel comprendere cosa significhi la bellezza del sentimento unito al sesso, ma anche per lui uno dei problemi centrali resta sempre quello: i genitori.
Si legge: "Eppure, non so perché, da qualche parte continuo ad avere l'impressione che loro facciano buon viso a cattiva sorte. Insomma, che mi accettino senza capirmi".

Più tardi, tutte queste scosse e maltrattamenti di vario genere hanno portato Giovanni a reagire in modo diverso, questo anche per il fatto che lui aveva uno spirito ed un temperamento molto sensibile, e dalle righe questo traspare benissimo:
"Ho preso dei medicinali - che non conoscevo bene ma che sapevo avere pesanti effetti collaterali - e li ho ingoiati. Tutto si è risolto con una notte di dolori allo stomaco. Mia madre l'ha saputo solo un mese fa, quasi per sbaglio, che avevo provato ad uccidermi".

Questo per comprendere che, in linea di massima, ma anche scientificamente, gli omosessuali sviluppano (o hanno per natura) una sensibilità maggiore rispetto a chi omosessuale non è, e talvolta le pressioni, di qualsiasi genere, hanno una forza distruttiva tale da portare un individuo all'autodistruzione.

E Giovanni, dopo tempo, ha deciso di dimostrare il suo affetto ad un ragazzo (etero, a suo avviso) che una sera di luglio, mentre passeggiavano gli ha detto:
"Ma tu ci staresti con me?", Giovanni rispose: "Non ce la faccio". A quel punto il ragazzo, trovandosi, in un certo senso rifiutato, ha risposto a Giovanni in modo abbastanza scurrile: "Devo trovarmi una ragazza, non posso farmi vedere in giro con un frocio; anzi non venire più nemmeno a casa mia".
A quel punto Giovanni ha capito bene con chi aveva a che fare e dentro sé non faceva altro che ripetere: "Forse per farsi accettare basta dirlo".
Non sono proprio d'accordo con questa ultima affermazione perché, come ho scritto poco sopra, l'omosessualità è per me un qualcosa di personale, della quale essere in un certo senso "gelosi", bisogna saper decidere con chi condividere questa bellissima cosa e credo non sia utile andarlo a dire a tutti, senza pensarci troppo, dopotutto quando conosciamo un ragazzo eterosessuale, lui certamente non va a dirci mica "Piacere, sono Bruno e sono eterosessuale"!
Giovanni ha parlato ai suoi genitori della sua omosessualità ma loro per diverso tempo non parlavano. Lui ha cercato di spiegar loro la sua sofferenza di tanti anni. Dopo qualche giorno lo "hanno accettato" (anche se credo non si possa parlare di accettazione come individuo, semmai di comprensione, di un modo di vedere le cose diverso dai canoni impostici sin da piccoli) ma allo stesso tempo lo hanno invitato a stare (o provare a stare) con una ragazza...
Dal canto suo Giovanni non nasconde il fatto che la bellezza fisica ha una forza davvero grande e decisiva dentro sé, sostiene di avere molta paura dell'AIDS, ma confessa pure che se trovasse "uno bello, ma veramente bello" andrebbe a letto con lui anche senza preservativo.

Per chi comunque non ha una storia stabile, ma ha dei rapporti occasionali credo sia indispensabile l'uso delle giuste precauzioni. Sappiamo bene quanti omosessuali sono morti a causa del "male del secolo". Forse qualche anno fa non c'era tutta questa sensibilizzazione al problema, ma oggigiorno non sono ammessi errori di questo genere, soprattutto errori che portano, prima o poi, allo spegnimento della nostra vita. Il non utilizzo delle precauzioni è, secondo me, da destinarsi ad una coppia stabile, che conosce i propri limiti, che sa l'esistenza di nessuna malattia in entrambi e che è pronta a donare anima e corpo l'un l'altro senza vincoli alcuni. Ma Giovanni, da come ha parlato, fa capire benissimo che troppo spesso si dà credito e piena fiducia ad un corpo perfetto o ad una bellezza adonica, ma facendo questo, per un attimo si chiudono le porte della ragione per dare spazio a quelle dell'istinto della carne, ed è proprio allora che una porta si potrebbe chiudere (quella della vita) per aprirne un'altra che si sa, pur naturale, ma non piacevole: la morte.

Giovanni mostra, a detta mia, un comportamento ed un temperamento abbastanza cangevole e non sempre deciso e perfettamente razionale.
Esprime dei sentimenti forti, delle debolezze estreme, ma propone anche delle interessanti riflessioni circa l'omosessualità come "problema":
"Forse che un eterosessuale si chiede perché è così? Ha forse il problema di "accettarsi"? E allora perché dovrei averlo io? Non ho mai fatto il discorso della malattia. Non mi sono mai detto: devo provare a cambiare”.

La storia di Giovanni è interessante anche sotto un altro aspetto, un aspetto che ho trovato in tutte le altre storie e che accomuna spesso le tappe di un ragazzo che ama un altro ragazzo: la visione dei giornali pornografici:
"Vicino a casa c'erano campetti e pinettine. Era molto facile trovare per terra riviste pornografiche. Andavo a casa, tagliavo le foto di donne, le buttavo via e tenevo solo quelle degli uomini. Questo già a tredici anni".
A questo punto mi chiedo se i canoni "normali" prevedono in tutte le storie omosessuali la visione di questo tipo di "letteratura illustrata".
Dalla mia giovane esperienza ho sempre disdegnato la visione di riviste pornografiche e ho provato immensa vergogna e disagio la prima volta che ho visto un film porno. E' un qualcosa che provoca dentro me una strana sensazione. Non ne trovo utilità alcuna, preferisco guardare un documentario che arricchisce cuore e mente. Il film pornografico, secondo la mia visione delle cose, è atto solo a provocare eccitazione nello spettatore.
Ho sempre avuto una concezione molto personale del sesso, e ho imparato a farlo e a viverlo secondo le situazioni, in modo naturale, senza dover ricorrere a delle strategie per migliorarmi e migliorare a letto col partner, quindi ho sempre appurato che le cose naturali e non "copiate" sono quelle che poi appagano maggiormente... Rispetto assolutamente chi non la pensa come me, ci sono diversi fattori che determinano questa o quella decisone, ma in queste poche righe ho voluto esprimere il mio semplice punto di vista, senza condannare coloro che invece vedono questo tipo di cose da un’altra prospettiva.



P.S. : La stampa di questo materiale non deve avere scopi lucrativi, deve essere utilizzata per usi privati o personali.

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Ciclostilato in proprio da Danny ©
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